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Appena ti vedono giovane, partono.
Non tutti, sia chiaro. (C'è una minoranza gentile un 5, forse un 10% che ti consiglia con grazia.) Persone che conoscono il tuo percorso o almeno hanno la decenza di chiedertelo, e che aprono bocca solo dopo averti ascoltato. Quelle le riconosci subito: parlano poco, fanno domande vere, e ogni tanto dicono "non so", "raccontami", "mi interessa" senza sentirsi in colpa. Sono rare e preziose, come i quadrifogli, come i calzini che restano appaiati dopo la lavatrice.
Poi ci sono tutti gli altri.
Gli altri ti vedono giovane e partono in quarta, senza frizione, dritti contro il muro del buonsenso. Non importa cosa fai, non importa cosa hai studiato. Importa che hai meno di cinquant'anni, a volte meno di trenta, a volte basta avere la faccia pulita, e quindi devi essere riempito di istruzioni, come un mobile svedese montato male.
"Devi fare così."
"Dovresti provare quest'altro."
"Secondo me sbagli approccio."
"Io al posto tuo..."
E tu ascolti. Annuisci. Sorridi. Ma dentro ti scoppia qualcosa.
Perché il punto è che loro non sanno nulla di te.
Non sanno da dove vieni, chi sei, cosa fai, che lavoro fai, non sanno cosa hai studiato, non sanno nemmeno come si chiami esattamente la tua professione. E soprattutto non gli interessa. Il loro obiettivo non è aiutarti. È sistemarti nella loro testa, dentro una cornice che gli sta comoda. Sei giovane, quindi sei incompleto. Sei giovane, quindi sei correggibile. Sei giovane, quindi devi ascoltare.
Io faccio l'educatore. Potrei fermarmi qui e già basterebbe, ma provo a spiegare meglio.
Faccio l'educatore, il che significa che ogni giorno entro in relazione con persone in carne e ossa bambini, adolescenti, adulti, a volte anziani, professionisti dei vari settori (scuola, servizi, sanità) e famiglie. E cerco di costruire qualcosa che assomigli a un percorso. Non è un lavoro che si spiega in due minuti. Non è un lavoro che si capisce guardando un tutorial. È un mestiere che si impara facendo, sbagliando, riflettendo, e che ha bisogno di strumenti precisi: pedagogia, psicologia, un po' di sociologia, una certa capacità di stare nel conflitto senza scappare, una certa dose di umiltà quando le cose non vanno come avevi previsto e via discorrendo.
Eppure.
Eppure arriva l'amico dell'amico alla cena, quello che ha fatto il geometra nel 1978, e ti spiega come si gestisce un gruppo di adolescenti. Arriva il vicino di casa, che ha letto un articolo su Facebook, e ti illustra come risolvere il bullismo. Arriva il conoscente occasionale, quello che "anche io da giovane ho fatto volontariato", e ti dice che il problema dei ragazzi di oggi è che non hanno disciplina, non hanno valori.
Tu ascolti. Annuisci. Sorridi.
Ma dentro ti immagini la scena al contrario.
Immagini di andare tu dal geometra in pensione e dirgli: "Senti, ho pensato a come potresti investire i tuoi risparmi. Allora, io ho letto un articolo sulla borsa. Ho visto due video su YouTube. Non so niente di finanza, non so cosa significa spread, non so cos'è un'obbligazione. Però secondo me dovresti comprare azioni di una startup lettone che produce calzini riscaldati. Ho una buona sensazione e ho anche consultato l'AI."
Lui ti guarderebbe come se fossi matto. E avrebbe ragione.
Allora perché quando si parla di educazione, di scuola, di bambini, tutti si sentono autorizzati? Perché quando si parla di relazioni, di disagio, di crescita, chiunque ha una ricetta pronta? Perché se sei giovane e fai questo mestiere, ogni sconosciuto diventa improvvisamente un esperto?
La risposta, credo, è semplice e amara: perché l'educazione sembra una cosa facile.
Scienze delle merendine, dicono!
Sembra una cosa che chiunque può fare, visto che tutti siamo stati bambini e tutti abbiamo avuto genitori, insegnanti, allenatori. Sembra una cosa che non richiede competenze specifiche, solo buon senso e un po' di autorità. È l'illusione del "lo so fare anch'io", che non si applica mai alla chirurgia o alla finanza, ma si applica sempre ai mestieri relazionali. Educatore, insegnanti, psicologi, assistenti sociali etc: terreni di caccia per tuttologi della domenica..
E il fatto che tu sia giovane peggiora tutto.
Perché se fossi un educatore di cinquant'anni, con i capelli grigi e l'aria stanca, forse ti ascolterebbero. Forse penserebbero che ne sai qualcosa. Ma sei giovane, hai la faccia pulita, probabilmente ti stai ancora formando e quindi, per loro, sei in attesa di essere riempito. Sei un bicchiere vuoto. E loro hanno brocche piene di consigli.
Peccato che quei consigli, nella maggior parte dei casi, siano brodaglia.
Non sono consigli utili. Non sono costruttivi. Non hanno a che fare con il tuo lavoro, con la tua formazione, con la realtà che vivi ogni giorno. Sono generici, superficiali, a volte controproducenti. Sono il rumore di fondo della tua giornata, che devi sopportare e poi scrollarti di dosso..
E la cosa più curiosa è che spesso questi consiglieri seriali non sanno nemmeno in cosa consista esattamente il tuo lavoro. Non sanno cosa si fa in una comunità o in un centro diurno per minori. Non sanno cosa significa seguire un ragazzo interessato da disabilità. Non sanno cosa c'è dietro un progetto educativo individualizzato. Per loro "educatore" è una parola vaga, che contiene tutto e niente: un po' come "babysitter", un po' come "quello che sta in classe con il bambino problematico", un po' come "quello che fa giocare i bambini".
E su questa base ti danno consigli. Su questa base ti dicono cosa devi fare.
Allora impari a sorridere. A dire "grazie, ci penserò". A cambiare discorso con garbo, o a guardare l'orologio, o a ricordarti di colpo che devi fare una telefonata urgente.Ma dentro, ogni tanto, ti scappa un pensiero. Un pensiero che non dici ad alta voce perché sei educatore e quindi cerchi di essere paziente anche fuori dal lavoro.
Il pensiero è: e se io mi mettessi a dare consigli a te? Se parlassi del tuo lavoro senza saperne nulla? Se ti dessi istruzioni precise sul tuo mestiere, io che non l'ho mai fatto, io che non ho mai studiato quello che hai studiato tu, io che non so nemmeno cosa significhi quello che fai tu?
Loro probabilmente si offenderebbero. E forse con qualche ragione.
Ma quando si parla di giovani e di educazione, il diritto di offendersi non è contemplato. Devi stare zitto, ascoltare, ringraziare. Perché sei giovane. Perché stai imparando. Perché loro così credono, ne sanno più di te.
E invece no.
Mi piacerebbe che non facessero finta di sapere. Che non trasformassero una chiacchierata in una lezione non richiesta.Forse la prossima volta che qualcuno si lancia in un consiglio non richiesto, potrei semplicemente sorridere. E dire, con la calma di chi sa di non dover dimostrare niente:
"Ti ringrazio. Se vuoi, prima ti spiego cosa faccio. Così magari il consiglio me lo dai dopo."
Perché alla fine, a tutti noi scappa di dare consigli. È umano. È quasi un riflesso. Ma tra il consiglio che nasce dall'ascolto e quello che nasce dalla presunzione, c'è la stessa differenza che c'è tra una mappa disegnata da chi ha fatto il viaggio e una mappa disegnata da chi non è mai uscito di casa.
E se proprio ci tieni a consigliarmi, io ci sono. Dopo.
Dopo che mi hai chiesto cosa faccio. Dopo che hai ascoltato la risposta. Dopo che ti sei fermato un attimo, in silenzio, e ti sei chiesto se quello che stai per dire ha davvero a che fare con me.
Dopo, ne parliamo.
Anche di calzini riscaldati oppure dei tuoi risparmi da investire, se vuoi.